angelo tombaIniziate a contare 1, 2, 3, 4, 5, 6, fino a 4 mila, il numero dei morti ogni anno per la FIBRA KILLER. In Italia sono trentadue milioni le tonnellate di amianto ancora presenti sul territorio.

Una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano.

Non esiste una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa: un’esposizione prolungata nel tempo o a elevate quantità aumenta significativamente le probabilità di contrarne le patologie associate. Queste ultime interessano l’apparato respiratorio -asbestosi, tumore maligno del polmone e della laringe, mesotelioma pleurico; mesotelioma peritoneale, pericardico, della tunica vaginale del testicolo, tumore maligno dell’ovaio, placche e inspessimenti pleurici diffusi, fino a colpire l’apparato digerente. È un attacco invisibile e senza fretta quello delle particelle di asbesto, con un intervallo di latenza tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa della malattia che in genere dura decenni: 46 anni, secondo i dati pubblicati nel 2012 nel quarto rapporto del Registro nazionale dei mesoteliomi dell’Inail.

DOVE SI TROVA

Molte persone vivono con l’amianto e non sanno neanche cosa è e dove si trova.

Questo materiale è contenuto in oltre 3mila prodotti -dai mastici ai sigillanti, dalle pasticche dei freni alle corde, dalle conduttore di acqua potabile alle intercapedini e stucchi per strutture anche pubbliche, come asili, ospedali e scuole- era considerato il “miglior termodispersore al mondo”. L’amianto è stato utilizzato fino agli anni ottanta per la coibentazione di edifici, tetti, navi, treni; come materiale da costruzione per l’edilizia sotto forma di composito fibro-cementizio (noto anche con il nome commerciale Eternit) utilizzato per fabbricare tegole, pavimenti, tubazioni, vernici, canne fumarie, ed inoltre nelle tute dei vigili del fuoco, nelle auto (vernici, parti meccaniche, materiali d’attrito per i freni di veicoli, guarnizioni), ma anche per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni. Inoltre, la polvere di amianto è stata largamente utilizzata come coadiuvante nella filtrazione dei vini. Altro uso diffuso era come componente dei ripiani di fondo dei forni per la panificazione.

Così pratico e a buon mercato da essere finito anche sui tetti: 2,5 miliardi di metri quadrati è la superficie di coperture in eternit in Italia.

Conveniente ma mortale: quand’è sottoposto a sforzi, si usura, liberando nell’aria miliardi di particelle che, se inalate, provocano danni enormi.

La difficoltà è censire dove è posizionato effettivamente l’amianto, si è provato a censirlo con dei questionari da riempire, ma non ha funzionato, ora arriva la tecnologia in soccorso con i droni che fotografato dall’alto. Ma il problema non è solo questo, una volta localizzata la fibra killer prevedere dei fondi per lo smaltimento. 

IL CASO della Isochimica di Avellino, uno dei vari

Ad Avellino, in Campania,  tra il 1983 e il 1990 circa 400 operai, quasi tutti giovanissimi, tolsero l’isolante da 1.740 vagoni e 499 locomotori per conto delle Ferrovie dello Stato alla Isochimica. “Trattarono” oltre 2,2 milioni di chili di minerale, la cui pericolosità era già riconosciuta dalla Comunità Europea, anche a mani nude. Alcuni di loro sono già morti di carcinoma polmonare e di mesotelioma pleurico. Il 21 aprile c’è la quarta udienza preliminare del processo. Il materiale era utilizzato dalle Ferrovie dello Stato come isolante termo-acustico e ignifugo.

IL LIBRO, per non dimenticare

Il silenzio della polvere (Mimesis, 2015)

“Non posso mai dimenticare il mio primo giorno di lavoro all’Isochimica. Sono entrato in un vagone piccolissimo e ho trovato quattro giovani operai uno vicino all’altro completamente ricoperti di polvere che grattavano l’amianto con una spatola a mani nude” ha ricordato uno di loro, in un’intervista con i ricercatori dell’Unità di ricerca sulle topografie sociali (URiT) dell’Università di Napoli “Suor Orsola Benincasa”, che hanno curato il volume. 

Anche un’altra testimonianza, quella di Nicola, racconta il primo giorno all’Isochimica: “A un certo punto arrivò la macchina di Graziano, mentre noi eravamo tutti allineati sul piazzale. Lui scese dalla macchina, si avvicinò a noi e disse: ‘Tutti quelli che hanno diciotto e venti anni facciano un passo avanti’. Io ero tra quelli, allora avevo venti anni, e mi feci avanti. Graziano in un attimo riprese: ‘Voi siete tutti assunti e iniziate subito a lavorare, gli altri se ne possono andare. Noi abbiamo bisogno di gente giovane'”. Questo episodio è dell’ottobre 1983, e Graziano è Elio Graziano, che oggi ha 84 anni e risulta tra gli indagati, era il proprietario dell’Isochimica.

LA LEGGE

Un mese prima dell’ottobre 1983, il 19 settembre, la Comunità Economica Europea aveva approvato la direttiva 477, “sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con un’esposizione all’amianto durante il lavoro”. All’articolo 6 è scritto che “l’esposizione dei lavoratori alla polvere prodotta dall’amianto o da materiali contenenti amianto nel luogo di lavoro deve essere ridotta al minimo”. 
Per sei anni, però, nessun esecutivo provvede a recepire le seppur timide indicazioni comunitarie. Nel 1989 l’Italia viene giudicata inadempiente, ma la sanzione europea non comporta alcuna reazione immediata. Arriviamo al 27 marzo di tre anni dopo perché la legge 257 venga approvata dal Parlamento, NOVE ANNI DOPO dalla messa al bando dalla Comunità Europea, in mezzo, c’è stato il tempo per costruire la tragedia dell’Isochimica.

La legge sanciva il divieto di estrazione, importazione, lavorazione, utilizzazione, commercializzazione, trattamento e smaltimento ed esportazione dell’amianto e dei prodotti che lo contengono. La messa al bando è affiancata da una proroga di due anni per permettere agli industriali di smaltirlo.

A 35 anni dalla chiusura dell’Isochimica, tuttavia, i lavori di bonifica non sono iniziati.

Ma come la Isochimica di Avellino sono tante le Aziende che producevano l’amianto, il finale è sempre lo stesso.

Ci sono Regioni che ancora non hanno redatto, nonostante l’obbligo di farlo, i piani regionali amianto.

Come se non bastasse, da tre anni è fermo nella Conferenza Stato-Regioni, per mancanza di fondi, il Piano Nazionale Amianto, indispensabile per affrontare il problema dal punto di vista sanitario, dell’assistenza e dei risarcimenti ai lavoratori e agli esposti.

LA SITUAZIONE A ROMA

DALLE CASE ALLE SCUOLE, BONIFICHE DECENNALI – Il problema vero resta la bonifica. Impossibile, infatti, per le autorità, velocizzare lo smaltimento dell’amianto nelle abitazioni private. Per capirlo, basta fare un giro in Via Tiburtina, al Quartiere Prenestino, all’Eur, a Cinecittà, dove di tettoie di Eternit se ne vedono eccome. Coperture ondulate che, dagli anni Trenta, hanno riempito le case degli italiani e che ora devono essere rimosse rivolgendosi alle ditte autorizzate. Peccato che il costo dell’operazione sia davvero alto. Così, l’inerzia prende spesso il sopravvento e l’amianto resta dov’è. Oppure le lastre vengono abbandonate sul ciglio della strada.

Anche negli edifici pubblici il problema è enorme. Tra i più minacciati ci sono bambini e ragazzi. Dall’istituto Santi Savarino di Tor de Cenci al Salvo D’Acquisto di Tor Sapienza, dalla scuola Giovanni Paolo I a Settebagni alla Anna Magnani vicino a Conca d’Oro, dall’Istituto Giancarlo Bitossi nel quartiere Trionfale fino alla materna Paolo Biocca di Testaccio, è stata periodicamente emergenza amianto.

IL CASO DEL VELODROMO DELL’EUR – Ma non ci sono solo le scuole. Come nelle briciole delle Olimpiadi del 1960, rimaste a terra dopo che, nel 2008, la giunta Alemanno decise di far implodere il Velodromo dell’Eur. A far discutere fu il capitolo “verifiche” prima di procedere alla demolizione.

L’intenzione era di lasciare spazio a un (mai realizzato visto che a oggi i lavori non sono neppure partiti) parco acquatico, il risultato fu il sollevarsi di un’immensa nube bianca. Era carica di amianto, ma gli abitanti della zona non lo sapevano. E non ne furono mai informati. Lo scoprirono dopo, quando appresero anche che l’intervento sarebbe stato realizzato senza un adeguato piano di sicurezza e di monitoraggio ambientale. Motivo per cui, nei giorni immediatamente successivi, l’area venne posta sotto sequestro e ci volle un mese perché la Asl potesse fare un sopralluogo. Ora sarà un processo a far luce sulla vicenda, per la quale il dirigente responsabile per conto di Eur S.p.a., Filippo Russo, è imputato con l’accusa di disastro colposo. I cittadini, che allora si costituirono in un comitato, aspettano la verità. Mentre del Velodromo resta solo un avvallamento nel terreno, recintato e chiuso da un lucchetto.

IL TEMPO INFINITO – Nei processi, come negli interventi di bonifica, il tempo è decisivo ma non passa mai. Quando l’edificio è pubblico, poi, spesso occorre aspettare anni. E’ accaduto alla Caserma “Cefalonia Corfù” della Guardia di Finanza, nel quartiere Bravetta, a Roma Ovest, dove i finanzieri sono rimasti a lavorare in mezzo a 4700 metri quadri di amianto. Proprio loro che mettono i sigilli ai depositi illegali di rifiuti tossici.

Anche la Rai ha i suoi problemi. Oltre a Viale Mazzini, a rischio era la sede Dear del Centro Nomentano. Dopo una denuncia anonima, lo ha confermato un’ispezione: l’amianto si trova nei sottotetti degli studi televisivi. Alla dirigenza è stato, allora, ordinato di bonificare tutte le aree contaminate nel termine di 6 mesi. Ma per un intervento complessivo servirebbero decine di milioni di euro. Che non ci sono.

Poi ci sono le segnalazioni che riguardano il tribunale di Piazzale Clodio. E ora l’ultimo caso al Circolo degli Artisti, sulla Casilina Vecchia. Poco lontano, al Quartiere Pigneto, la biblioteca di Via Attilio Mori dovette chiudere i battenti dopo vent’anni di attività. Una lunga attesa, poi la bonifica, quindi l’assegnazione dei locali alla scuola Enrico Toti. Ma mancava un progetto per il futuro.

L’AMIANTO INVISIBILE – Quegli edifici si vedono, si possono fotografare. Ma c’è un amianto che non appare ed è quello insidioso delle tubature, delle cisterne, degli oggetti obsoleti che abbiamo dimenticato in qualche angolo di casa.    Fonte: vocidiroma.it

E C’E’ ANCORA CHI LO USA?

Amianto nei thermos cinesi, prodotti richiamati

Il Ministero della Salute richiama dal mercato thermos della Daydays Food Jar porta pranzo provenienti dalla Cina e contenenti amianto, così recita la scheda predisposta dal Ministero della Salute DGPRE “Il materiale con amianto è costituito da piccoli corpi di forma cilindrica di colorazione grigio biancastra costituiti da materiale fibroso compresso di amianto crisotilo posti nell’intercapedine del doppio involucro in vetro dei thermos, con funzione di distanziatori.”, importato da KAI TAI s.a.s. con sede a Padova. Tali thermos sono stati definiti CANCEROGENI: Liberazione di fibre di amianto (cancerogeno per inalazione classe 1 IARC) in caso di rottura del contenitore in vetro e manipolazione della pasticca di cartone amianto.

GIORNATA MONDIALE DELLE VITTIME DELL’AMIANTO

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